da Salva con nome – Mondadori 2012
Di questo libro mi hanno incuriosito e attirato sopratutto i testi sulla donna – che sono di una leggerezza fisicamente quasi mitologica – eppure fortemente quotidiana – presenze, identità, fatte anche di particolari quali la pelle, i piedi – sono figure che viaggiano nel tempo e nella memoria
1943
Torna: è povere ma entra nella casa
mette l’ombra sul muro e sul cuscino,
muove le piastre s’inclina di gas viola.
Sentre la sottrazione come in vita il gelo
calcola le pause ma sa che è inutile sommare
numeri e vuoto, volo degli atomi alla lana
al pelo dei gatti sui tappeti.
Nuda guarda come precipita
la sua memoria nella stufa.
Spazio della paura diurna
I piedi al risveglio sentono solo nubi.
Camminano sul vuoto.
Il nulla frusta la schiena
e il corpo intero disobbedisce
disossato privo di latte.
Adesso che il sonno si è spezzato come un ramo
sarebbe possibile inghiottire questa brina
sfinirsi di freddo in cerca di parole
scucire i sogni e appenderli sui fili
come i lenzuoli nel gioco dei fantasmi.
Invece solo il dolore è forte.
Sale dall’osso della schiena
fa della mente un cranio,
gela e vorrebbe tepore,
intiepidire, essere un uovo, un albume di sole.
Spazio dell’acqua domestica
Impara la solitudine tra le mattonelle del bagno.
Il silenzio è uno smalto.
Separa i desideri, li striglia con spugne di crine.
Non ricorda più quali e come luccicassero,
rivede solo i pioppi sul fiume
e una luce che non spaccava il cuore.
Sa che il sapone nellavasca la prepara
che l’acqua sgorga e brucia.
Canta con la schiena splendente,
dice “nostalgia” ma non “distanza”.
Il senso della parola fugge in avanti.
Non sa quale spazio si sia scavato da allora.
Vede solo cose vicine. Ama l’avverbio: ora, ama il gerundio.
Tra telaio e vetro una stella marina morendo si contrae:
rosso-sughero e fiele.
Donna che nuota
Non vista si allontana, se la vedono
si cancella come carta vetrata.
Scende nell’ade del mattino
lascia le scarpe sul greto
respira il verde.
Flette la marna
la plasma con le dita e il fiato,
beve a sorsi la sabbia.
È sorda, inghiotte acqua e aria
avanza nella navata del fiume
prega di sciogliersi ma frana.
Imbarca terra col petto, la trattiene.
Conta per disciplina unisce le dita le divide
le unisce di nuovo, ritorna con fatica,
vira con il piede spellato.
Affiora con un’orma di fango nella schiena.
Ora respira con la bocca sulla rena.
Sente che si spezza l’estate
mentre la pioggia le batte sulla nuca.
Ritratto di tuffatrice
Charles Darwin annotava quanti pensieri nascano
da una testa immersa in acqua fredda
Affiorando dal mare invernale
valuta il rosso pompeiano delle gambe
il grigio delle labbra
il bianco che riga i polpastrelli
infine il sesso
stretto nel gelo come in vita.
(Immagina questa coppia. Lei che scosta con il piede la pantofola, il drappo della vestaglia sulle spalle, lui che si avvicina. La pioggia riga i vetri e le foglie scrosciano a terra. Il caffè brucia nel vano della cucina in lontananza. E il pericolo è buio, buio e polvere misti a desiderio.)

L’ha ribloggato su Racconti di Marinae ha commentato:
Antonella Anedda
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