Come nel suo precedente Il condominio SIM (Stampa2009, 2020, prefazione di Maurizio Cucchi, Premio San Vito al Tagliamento 2020), anche in questo suo ultimo lavoro Alessandro Canzian (In absentia, Interlinea, 2024, nota critica di Martin Rueff, finalista ai premi Gradiva e Dessì 2025) privilegia una poesia di istantanee secche, a rappresentare una realtà che si staglia da sé sulla pagina, senza bisogno di precisazione ulteriore, capace di autosostenersi per il nitore e la spietatezza della dizione: questa continuità è già di per sé indice di una poetica matura, che ha scelto con consapevolezza una propria strada e intende percorrerla fino al pieno compimento della sua forma, della sua potenzialità espressiva.
Tecnicamente questo si traduce in testi che sono tutti basati su strofa unica, di lunghezza variabile da tre a sei versi al massimo, con versi che si aggirano dal senario al novenario, spesso irregolari rispetto alla accentazione più contemplata, mai comunque tanto estesi e armonizzati da raggiungere la misura piena e regolare dell’endecasillabo: scelta quest’ultima che privilegia una forma sempre lontana dall’equilibrio canonico della tradizione, dal suo “modus” pacificante e pacificatore. Questa impostazione metrica è del resto del tutto coerente con il livello semantico e contenutistico. La materia di cui occorre parlare è per sua stessa natura incandescente, non può tollerare alcuna forma di estetizzazione, ma va esposta senza filtro o epurazione di sorta; nasce per essere fruita nello scandalo della sua parola, disinibita per lo strazio che l’ha colpita e disintegrata, materia liminare che nella traccia residua di senso concentra e riassume tutto il significato della sua essenza. Tutto procede nei versi di Canzian per rapidi tratti e accenni di situazioni ben circostanziate che mantengono però sempre un alone indefinito o incerto grazie a sapienti omissioni, ellissi di senso, perfino balbettii e interruzioni sintattiche (“Voglio vedere il nonno / mai avrei pensato di.”) a mimare un reale contraddittorio, spesso sfuggente se non addirittura insensato (come nel caso della guerra, a cui fa riferimento la sezione “Nel fondo”, titolo con una ripresa da Primo Levi).
La formula espressiva scelta da Canzian prevede l’accostamento, talvolta straniante, più frequentemente per salto e scarto semantico fra contesti che la sola poesia può unire, spesso affiancando un primo elemento descrittivo o narrativo tratto dall’esperienza a una chiusa riepilogativa, di tipo concettuale se non gnomico, in una sintesi che potenzia il contenuto, ne trasferisce il valore dal piano particolare a un allargamento di campo che non è una generalizzazione ma piuttosto una focalizzazione a evidenziare un nervo scoperto, una ferita che non rimargina. Si consideri il procedimento in esame nel caso di questo testo, fra i più emblematici e scelto, non a caso, come testo conclusivo dell’opera:
Ogni giorno m’interrogo
sui corpi di mosca caduti.
Un nido di topo già morto
non fa primavera, Dio
è un sinonimo di mai.
Nei primi due versi al dettaglio espressionistico (“corpi di mosca caduti”), che si riferisce a un contesto ben specifico e determinato, come sottolinea l’apertura “ogni giorno” e il verbo “m’interrogo”, così dichiarativo, segue una prima riflessione che mima in modo grottesco la sapienza comune e popolare (esemplificata nello stravolgimento del proverbio con cui chiunque ha familiarità) a preparazione del successivo sviluppo: nel corpo dello stesso verso, il quarto, che conclude l’accostamento di cui sopra, compare la parola “Dio” (con tutto il peso specifico che questa comporta), apparentemente isolata e esposta, in realtà avvio di un enjambement molto netto che consente di creare, oltre che per assimilazione fra soggetto e predicato nominale, l’associazione a fine verso dei termini “Dio” / “mai” in un processo di convergenza senza sbavature, di messa a fuoco come su uno specchio ustorio; Dio anziché essere verbo, come in Giovanni, è qui avverbio di tempo che non si realizza, grazie a una sinonimia che nega anziché assimilare, più ossimoro che coincidenza. L’ulteriore presenza dei vocaboli “caduti” e “morto” sempre a fine verso sottolinea il tema della assenza che dà il titolo all’opera, tema complesso e sfaccettato che più che al concetto nietzschiano della “morte di Dio” (pure raffigurata nel quadro straniante di una genesi distorta) si riferisce qui, a nostro giudizio, al tema più ampio del vuoto di valore e di senso di una civiltà, quella occidentale in cui viviamo, giunta al nodo gordiano delle sue contraddizioni.
Fabrizio Bregoli
Continua su Laboratori Poesia