Alcuni giorni fa ho scritto un articolo per Laboratori Poesia su tre poesie di Brezmes (QUI). In realtà mi interessava più ragionare sulla definizione di Capitale semantico di Luciano Floridi. Quello che non condivido con Floridi è la tesi di fondo che vede il Capitale semantico come un qualcosa di positivo, di arricchente (nonostante sia fuor di dubbio che meno lessico conosciamo meno abbiamo strumenti per comprendere la realtà). O meglio, teoricamente è così e lo potrebbe anche essere concretamente se non ci fosse di mezzo la volontà umana.
Si pensa sempre troppo ingenuamente che maggiore cultura, maggiori conoscenze, rendano l’uomo migliore. C’è tutta una Storia che contraddice quest’ipotesi. Non che l’ignoranza sia un bene (anche se il socratico so di non sapere già risolveva molto perchè spostava il focus dalla conoscenza alla saggezza), ma l’ignorante viene spesso manipolato da qualcuno che ha un Capitale semantico maggiore (a parte i casi in cui l’animale più uguale degli altri comanda sugli altri animali tutti uguali).
Al netto di quella che è la realtà, perchè essa spesso non c’entra nulla, è solo un pretesto come un altro e nell’analisi è la cosa meno influente di tutte, il caso di Renee Nicole Good è particolarmente emblematico e dice molto del rapporto che abbiamo con gli accadimenti, del nostro Capitale semantico e di come reagiamo a livello anche planetario smuovendo milioni di persone da una parte o dall’altra. E questo è di una pericolosità enorme perchè milioni di persone che si schierano in due sole posizioni è l’annichilimento totale del pensiero autonomo se non dell’individualità stessa.
Abbiamo un video. Anzi più di uno. Non sono manipolati da IA né altro. C’è quindi una realtà indiscutibile, il fatto. Non parliamo di memoria, non parliamo di testimonianze di persone che erano lì. Parliamo di una serie di video che ci trasformano in testimoni diretti. Quello che è curioso è che si sono create due fazioni di pensiero che, di fronte alla medesima indiscutibile realtà (non manipolata da alcunchè, lo ribadisco) interpretano i fatti in due modi estremamente distanti e contrapposti. E questo, al netto della tragedia umana, è l’unico fatto che ci interessa perchè è questo che produce masse che pensano in un determinato modo. Anzi due. Masse che poi decidono sulla base di due sole posizioni estremizzate. E stiamo parlando di un coinvolgimento diretto dell’uomo attualmente più potente del mondo, Trump.
Questo avviene non solo perchè vengono semplificate al massimo le due interpretazioni possibili (escludendo tutte le altre oltre a carnefice/vittima), ma perchè si crea un’intenzione, un obiettivo, che deriva dalla volontà. Da una parte il giustificare il poliziotto facendo riferimento a termini come terrorismo interno. Dai un nome e cambierai la sfumatura di significato e di interpretazione di quel fatto. Dall’altra assassino di stato, ovvero condanna senza assoluzione. Ribadisco, non sto parlando di quel che è accaduto e non sto dando giudizi, solo osservando quello che accade dopo chiedendo al lettore di rinunciare a qualunque opinione preconcetta, a qualunque “ma è così”.
Farei adesso un ulteriore passetto in più separando la situazione statunitense da quella italiana (solo per parlare di cose di cui ho esperienza diretta). Negli Stati Uniti stanno accadendo manifestazioni e indignazioni che sono altro rispetto a quelle italiane. Qui da noi c’è una vera e propria presa di posizione (non solo delle persone comuni ma anche della politica italiana) verso l’assassino di stato che a sua volta ha innescato una dinamica purtroppo molto normale (l’abbiamo vista anche col caso di Ahoo Daryae nel 2024), ovvero quella del tutti ne prendono un pezzo.
Questa dinamica vuole che di fronte a un fatto che diventa particolarmente emotivo nascano posizioni, scritti, interviste, condivisioni di foto e dichiarazioni varie di persone che più che dichiarare indignazione la espongono. Perchè? Perchè così ereditano seguito, plauso, dal fatto stesso. Come non ricordare la morte dei migranti, o il corpo sulla spiaggia di Aylan Kurdi, che poi ha creato tutta una serie di scritti, di libri stessi? Ovviamente da questo popolo togliamo quanti onestamente vivono un contraccolpo emotivo e necessitano di rispondere esprimendosi. Ne conosco, li rispetto, anche se ai fini della Storia va detto sono presenze purtroppo inutili (non sto giudicando nemmeno qui, è proprio così).
La questione è che il linguaggio e il Capitale semantico qui vengono utilizzati o per portare avanti una propria posizione personale (spesso politica) o per raccogliere briciole per un’individualità che strumentalizza l’altra. Ricordiamoci che dall’altra parte, nella tragedia, ci sono individui. E qui si va ben oltre la liquidità baumaniana per entrare nella famosa massima di Lewis (se non state pagando qualcosa, non siete un cliente, siete il prodotto che stanno vendendo). Dove l’individuo (non di rado ormai assuefatto a piccole libertà per cui ha matrixianamente combattuto non vedendo che rinunciava a quelle più grandi) è semplice moneta.
Da qui siamo arrivati (o tornati?) alle morti non solo accettabili ma necessarie. Il computo di quanto è stato pagato (come già nell’articolo succitato: È stata incredibile. Nessuno dei nostri è rimasto ucciso. Dall’altra parte, invece, sono morte molte persone, Trump sulla cattura di Maduro), la necessità di un costo per un obiettivo superiore. Cosa che nessun italiano dirà mai essere corretta, ma che tutto sommato dentro di noi troviamo accettabile non fosse altro perchè non vogliamo impegnare il nostro residuo di pensiero autonomo e critico per rifletterci, oppure perchè banalmente consideriamo la cosa alla fin fine inutile (ricordiamo Sciascia).
E così la realtà va avanti per semplificazioni, per barricate, reali nella zona d’interesse e strumentali altrove. Fino a svuotare completamente, per le briciole di un individualismo, il significato di individuo. Ci date la nazione e noi vi paghiamo. Questo perchè la convizione a monte è che tutto abbia un costo, che tutti vogliano quella cosa lì, quel capitalismo lì.
Questo però non nasce da oggi. Nei decenni abbiamo abbattuto le fondamenta delle società distruggendo il significato di famiglia (e non mi si venga a dire che prima c’era il patriarcato: è vero, ma questo non giustifica l’eccesso accaduto dopo e chi lo crede, mi venga perdonato, sta banalizzando a mo’ di tifoseria da stadio) per un individualismo che non ha mai ottenuto la felicità. Anzi era il primo prodotto di un sistema che si basava sul suo svuotamento di senso come essere umano. Siamo diventati tutti piccoli mattoncini lego senza nessuna struttura o costruzione a cui appartenere. Poi abbiamo trasformato le grandi battaglie per la libertà individuale (che ci sono state, che si sia d’accordo o meno ci sono state) in macchiette a cui aggrapparsi per continuare a pensare d’essere qualcosa, di ottenere qualcosa. Oggi si stanno tirando le somme.
Il significato di tutto questo era il progresso? Il benessere? No, era l’annichilimento del singolo affinchè corresse dietro alle briciole per svuotarsi e diventare moneta. E adesso qualcuno sta gestendo le monete. Pensiamo solo al termine libertà. Tutti per decenni a rincorrere questo termine (non la sua reale definizione) utilizzando il Capitale semantico per ereditare e manipolare accezioni, finchè ci siamo resi conto (o ci stiamo rendendo conto) che nessuno di noi è libero.
In tutto questo il linguaggio a cosa è servito? Ad anestetizzare lo spirito autonomo e critico. Potrò essere contestato ma vedo in questo una responsabilità. Chiudersi nel linguaggio consolatorio o nel suo uso strumentale al fine di raccogliere le famose briciole di cui ho anche troppo parlato qui, è stata una scelta. Personale? Culturale? Ambedue?