Parmenide

È stato un uomo inutile
non ha dato alcun apporto
in questo campo sterminato
che è la storia.
Non verrà ricordato.
Il suo nome era Parmenide.

        *

Così nel letto accartocciato
lo stomaco funziona male
lo stupor subentra per difesa
nella mente già corrotta
non credo Dio possa esistere
pensa al cambio della flebo.

Nella stanza d’ospedale
non vede l’uomo nel letto
ma un punto dove nessuno più guarda
un rifiuto doloroso
una volta chiamato Dio.

Si chiede cosa provi
quando gli escrementi ristagnano
«Ci vuole un po’ di tempo
una volta li facevano
con il tubo dell’acqua».

Nell’atto finale il corpo
resiste, insiste
trenta volte Parmenide ha respirato
l’inutilità del mondo.

Si sentono le ossa all’abbraccio
la pelle che cede
parlare un lusso dimenticato
domani faranno la barba
ai morti.

        *

Da bimbo s’era rotto un dito
per un anello troppo stretto
e la furia di tirare
fino a farsi male
tutta la vita
sarebbe stato monco.

A dodici anni lo hanno mandato
in collegio, un esilio
dalla madre sposata per procura
un padre lontano
non sarebbe più stato capace
di accettare gli addii.

Tornato dalla madre
non l’avrebbe più lasciata
le frizioni con l’alcool
nelle dita storte per il freddo
le grate alle finestre
che ci sono ancora.

Da giovane Parmenide aveva
venduto la moto per andare
a prendere il padre in Sudan
malato di tumore
nel tentativo d’amare
ciò che non si può amare.

Da ragazzo guidava come un pazzo
una Yamaha 350
per le strade di Pordenone
messa incinta una ragazza
«Non va bene per te»
non se la sentì di lasciarla.

Un amico per la vita, Maurizio
i genitori si conoscevano e
loro due ragazzi
tra moto donne e macchine
sessant’anni passati in un niente
per la stessa solitudine.

A quarant’anni la Kawasaki
per ricordare quando ragazzo
scambiava di posto in corsa
ma nessuno gli credeva
la prognosi di sei mesi
ma sei mesi da quando?

        *

Tagliava l’erba in giardino
con un piccolo rasaerba
ricorda i sassi sulle gambe
quando aveva finito
l’erba era già ricresciuta.

La tenda che aveva preso
fuoco una notte
per la stufa lasciata accesa
le fughe in macchina
coi sassi che schizzavano
Parmenide non sapeva.

La prima volta che lo vide
piangere era per un terno
al lotto mancato
tutta la vita a desiderare
di diventare ricchi
come una salvezza.

Aveva anche regalato
un gioiello ad una donna
chiedendo opinione al figlio
non è mai stato bravo
a dire l’impossibile.

A cinquant’anni o poco più
andò a vivere con una donna
alcolizzata, camminava
sbandando per Pordenone
portandole la birra
perchè non se l’aspettava.

Aveva anche tentato
il suicidio mediante incidente
o impiccagione all’armadio
in RSA avrebbe urlato
«mi sento inutile».

Era inadatto al vivere
per la maggior parte del tempo
eppure una signora
sudamericana, di Treviso
gli ultimi giorni prima
per quel che poteva.

        *

Non aveva la maglietta
quando è rientrato in ospedale
l’infermiera indispettita
«Non è orario di visita»
è troppo giovane per capire
che non c’è più tempo.

Il giorno in cui è morto
sarebbero andati a mangiare
al ristorante cinese
come non facevano da anni
a parlare della vita
e di altre cose senza senso.

Il corpo ridotto in cenere
cosa resta di Parmenide
una memoria aspra, priva d’orpelli
dove inizia il marmo
non ha margine la terra.

La camicia dentro i pantaloni
il maglione blu sopra
come un uomo che si deve
avrebbe voluto anche lui
una vita così.

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